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Gradient Factor e decompressione: scienza,interpretazioni e incertezze

Articolo di Enrico Tenerini.

L’uso dei Gradient Factor (GF) applicati al modello decompressivo di Bühlmann ha rappresentato, negli ultimi due decenni, una delle innovazioni più significative nella pianificazione dell’immersione tecnica e ricreativa avanzata.

Questi parametri, introdotti per modulare in modo più conservativo la risalita rispetto al modello originario, sono oggi parte integrante di quasi tutti i computer subacquei.

Tuttavia, nonostante la loro diffusione, il modo in cui i GF debbano essere impostati e interpretati continua a generare dibattito.

Cos’è un Gradient Factor

I Gradient Factor consistono in due valori – GF Low e GF High – che definiscono una percentuale del margine massimo di sovrasaturazione tollerato dai tessuti secondo il modello Bühlmann ZH-L16.

Essi modulano il momento e la quota delle soste decompressive, con un effetto diretto sulla profondità della prima tappa e sulla durata complessiva della risalita.

Un GF Low più basso anticipa la comparsa della prima sosta, imponendola a quote maggiori, mentre un GF High più basso prolunga il tempo trascorso nelle ultime tappe più superficiali.

La combinazione tra i due valori modula quindi il profilo complessivo della decompressione.

Nella pratica, valori come 30/70 o 50/85 sono stati largamente adottati, ma non esiste una configurazione universalmente accettata come la più sicura o efficace.

Tra evidenze fisiologiche e interpretazioni divergenti

Nel corso degli anni, studi condotti da enti come la Marina Belga (De Ridder et al., 2023) e la Fondazione Mistral (Longobardi et al., 2017) hanno contribuito a chiarire l’impatto dei Gradient Factor sul piano fisiologico e operativo.

Entrambe le analisi hanno mostrato criticità legate all’uso di GF Low molto bassi, che introducono soste profonde spesso poco efficaci e potenzialmente controproducenti.

In particolare, Longobardi e colleghi hanno rilevato – attraverso analisi ematochimiche – che profili decompressivi con soste profonde marcate generano una risposta infiammatoria sistemica più elevata rispetto a profili più lineari come 70/70.

La presenza aumentata di citochine infiammatorie (CCL2 e CCL5) dopo immersioni con strategie “deep stop” evidenzia un possibile stress endoteliale accentuato, pur in assenza di sintomi clinici di MDD.

Parallelamente, lo studio della Marina Belga ha simulato profili di decompressione su immersioni ad aria fino a 60 metri, confrontando diversi set di GF.

Il profilo teoricamente più sicuro risultava essere 100/75, valore però non inseribile nei principali computer per vincoli, spingendo quindi a suggerire configurazioni simmetriche come 80/80 o 85/85 come compromesso praticabile.

Questi dati sembrano spingere verso un approccio più razionale e uniforme, riducendo l’asimmetria tra GF Low e GF High. Tuttavia, la letteratura non ha ancora prodotto linee guida condivise e consolidate, e ogni autore tende a proporre raccomandazioni diverse in base all’analisi dei propri dati.

Una scelta personale, ma con molte incognite

A oggi, la scelta dei Gradient Factor rimane una decisione fortemente soggettiva, influenzata dall’esperienza, dal tipo di immersione, dall’equipaggiamento e dalle condizioni ambientali.

La mancanza di linee guida univoche è resa più evidente dal fatto che gli stessi autori – anche medici e iperbaristi – hanno riformulato più volte le proprie posizioni nel tempo.

Dai primi entusiasmi per le deep stops si è passati a un approccio più critico e selettivo, con un ritorno verso soste più efficaci in acque basse.

È significativo che persino nei protocolli più recenti si parli di adattare i GF al “profilo fisiologico” del subacqueo, tenendo conto di parametri come età, stato fisico, acclimatazione, frequenza delle immersioni, esposizione al freddo e altro.

Questo orientamento verso la personalizzazione è interessante, ma al contempo conferma che il sistema GF non fornisce risposte definitive: suggerisce margini, ma non soluzioni.

Verso sistemi più deterministici

L’incertezza che circonda l’uso dei Gradient Factor solleva una questione più generale: quanto è utile adottare un modello che lascia aperte decine di opzioni interpretative, invece di offrire indicazioni precise e replicabili? In assenza di parametri normativi riconosciuti, la sicurezza e la standardizzazione della decompressione diventano una responsabilità esclusiva dell’utente finale.

Da qui l’interesse crescente verso modelli decompressivi alternativi, capaci di fornire indicazioni operative più deterministiche e meno dipendenti dalla discrezionalità dell’utente.

Sistemi che, a differenza dei Gradient Factor, propongono una strategia chiara e coerente, definita per ogni tipo di immersione senza dover comporre manualmente una configurazione individuale.

Questi approcci – che saranno trattati nella seconda parte di questo approfondimento – mirano a ridurre la variabilità tra i subacquei, semplificando la pianificazione e aumentando il livello di standardizzazione, in linea con quanto richiesto oggi da un’utenza tecnica sempre più esigente.

Continua nella prossima lettura: Decompressione senza compromessi: un sistema con risposte, non opzioni”

Fonti principali:

Longobardi P. et al. (2017), “Comparative physiological response in decompression strategies”, Diving and Hyperbaric Medicine.

De Ridder S. et al. (2023), “Gradient Factor selection in operational diving”, DHM Journal.

Mitchell S.J. & Doolette D.J. (2023), “Decompression illness: a comprehensive overview”, PubMed Central.

Fondazione Mistral – articoli didattici e documenti divulgativi (2019–2024), [https://fondazionemistral.it](https://fondazionemistral.it)

Shearwater Research, “Understanding Gradient Factors”, whitepaper tecnico, 2021.

DAN Europe – Linee guida decompressivi e note tecniche (2020–2023).

Tutti i riferimenti sono stati selezionati per pertinenza scientifica e attualità, con l’obiettivo di offrire un quadro aggiornato e neutrale, adatto alla formazione di subacquei avanzati e istruttori.

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